Andarsene così

Poi ogni tanto qualcosa scompare. E’ la vita. L’ho pensato quando al posto del negozio di dischi che frequentavo c’ho trovato solo una serranda arrugginita e il quadrato biancastro di un’insegna che non c’è più. Non una locandina dei Pixies, non un annuncio in Uniposca, tipo “Prevendita biglietti concerto Radiohead a Milano”. Così se ne vanno le botteghe della musica in scatola, senza una data precisa, come se ne sono andate “le sagome dei camerieri fuori dai ristoranti“. Se ne vanno come a poco a poco succederà per i benzinai e i casellanti. Resteranno le cose di cui proprio non si potrà fare a meno. Resteranno le “segretarie secche e senza sedere“, gli assessori esterni e i viados. Resterà aperta qualche tabaccheria, per due ore al giorno solo di mattina, come un ufficio pubblico, imprenscindibile ingranaggio per gli equilibri sociali. Si chiamerà, senza troppa fantasia, Ente Nazionale del Vizio Assurdo. Alla cassa, i gerenti saranno un incantevole ibrido tra Gainsbourg e Cesare Pavese.


Discover Pixies!

“Lee Van Cleef è morto, è morto Volontè. I nostri imprenditori sono esperti, il mondo è quel che è”

So benissimo che i dischi ai quali vogliamo davvero bene sono quattro, al massimo cinque. Sono i nostri personali Padri Fondatori, quelli che ci hanni indicato la via diversi anni fa. Chi capisce cosa sto dicendo sa anche che da questi gruppi abbiamo ricevuto degli insegnamenti. Uno di questi: prestare sempre la massima attenzione ai suoni che ti circondano. Così, per motivi che definirei di ricerca, abbiamo iniziato ad ascoltare di tutto e abbiamo comprato di tutto, a volte sbagliando, a volte no. Perché la nostra missione ce lo imponeva. Era un pò un’autotassazione, un’imposta, come l’IVA, ma meno stronza.

E so benissimo anche che a comprare quei dischi non eravamo poi così tanti. Almeno dove vivevo io, almeno in quel periodo. (Tanto per fare un esempio, nel mio paesino, gli adolescenti degli anni ’90 contrastavano la teenage angst giocando a carte nei bar con i pensionati e alternando all’occorrenza improbabili compilation neomelodiche con bootleg live dei festini degli Angels of love.) Eppure, alcuni di noi si sono impegnati per imparare qualcosa e, nonostante il clima asfittico, qualche soddisfazione a casa la si portava. Quando il truzzo di turno (che in fondo era un amico, un bravo ragazzo, truzzo quasi non per scelta) chiedeva cosa tu avessi nel walkman e gli rispondevi, con una punta di autocompiacimento, “Blonde Redhead”. Sapevi in anticipo quale sarebbe stata l’espressione del tuo interlocutore. Pochi secondi di silenzio, un tuo accenno di ghigno antipatico di risposta al suo sguardo inebetito, fino all’inevitabile domanda “Chi è? un dj?” (lo so, tutto ciò rischia di apparire un tantino saccente ma è solo una delle poche piccole concessioni che in certi caso il vivere in provincia ti può fare).

Definitivamente, se ne vanno i sedicenni che frugano negli scaffali e scoprono per caso gli Xiu Xiu. E, a poco a poco, andrà persa l’antica arte di far scorrere sotto le nostre dita decine e decine di dischi in pochissimi secondi, immagazzinandone tutte le informazioni necessarie: nome della band, titolo dell’album, copertina e, ma solo i senior, etichetta.

Queste botteghe, insomma, per alcuni di noi contavano. E trovo un pò ingiusto che se ne vadano via così, soppiantate dalla feroce morbidezza di iTunes. Così le serrande si abbassano e ai ragazzi non restano che le sigarette alla vaniglia per contrastare il tedio.

n.b.: per un’analisi economica ( e seria) di quello che sta succedendo al mercato musicale, consiglio di seguire Rockonomics, il blog di Francesco Cancellato, dove trovate interessanti interventi e ottime risorse.

Quando Captain Beefheart spezzò il cuore alle bufale di Anversa

bufale di anversaAgropoli è una bellissima città mitteleuropea. Dolce come i suoi liquori, lucente come i diamanti che ogni giorno taglia nel dedalo di viuzze che formano il quartiere ebraico. Ad Agropoli è facile perdersi tra le lentiggini delle sue ragazze fiamminghe, bellezze neoclassiche ai tempi del love design. Questa città, apparentemente fredda e brumosa, la riconosci nel suo quartiere a luci rosse, in cui ci si può lasciar dolcemente trasportare da un’ellissi temporale che va da Eva a Matrix, con puttane artiste in salsa multimediale. Una Venere di Milo per ogni uomo ed ogni donna. Ecco un buon esempio di democrazia.

Anversa. Sole, la folla e la follia. I bagnanti stressati e le scorze di mellone (pronunciato con la doppia “l” , per renderlo un pò più mellotron). E’ una città deliziosa, questa città di mare a pochi chilometri dall’uscita del casello di Battipaille. Ad Anversa, di questi tempi, il vacanziere è bloccato, perduto. Il traffico e i cantieri aperti quarant’anni fa sull’autostrada per raggiungerla lo divorano. Se la schizofrenia lo risparmia, egli si fa furbo: evita scaltro la fila, saccheggiando con il suo Suv la corsia d’emergenza. L’ Ideal Crash, laggiù ad Anversa, è sempre in agguato.

Ma se per un attimo, sulla statale che porta ad Anversa, provi a guardare oltre il guard rail, incrocerai lo sguardo, perso e malinconico, delle bufale. Le tristi bufale di Anversa (da sempre innamorate di Captain Beefheart) che ci osservano, e a questo punto non abbiamo scuse. Hanno gli stessi occhi disillusi delle loro cugine di Aversa, ma senza il manicomio.

Agropoli e Anversa in certe cose sono simili. Io sono sicuro di averla vista una di queste due città, ma non ricordo bene quale. Però so che è li che mi fecero ascoltare per la prima volta i dEUS. E a pensare a quell’estate lo-fi produco improbabili associazioni di idee. Non distinguo quello che ho visto da quello che avrei voluto vedere. Come se nulla fosse stato realmente tangibile.

Mi sono perso ma , per fortuna, ad indicarmi la strada c’è Roma, il 16 luglio di quest’anno, con Tom Barman e combriccola che passano per suonarci. E questa volta non faccio confusione perchè sul biglietto c’è scritto tutto: data e luogo. I dEUS, erano anni che li aspettavo.


Discover dEUS!

Motorpsycho? Presenti!

motorpsychoE anche il concerto dei Motorpsycho l’abbiamo visto. Questo è il dovere dell’indieboy, in fondo. Se c’è un concerto, si valuta l’ipotesi di spendere dai 10 ai 20 euro in base al tasso di figosità che ne comporta la presenza allo stesso. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? E’ un lavoro sporco ma quacuno deve pur farlo.

In ogni caso, i 20 euro i Motorpsycho li valevano tutti, con quel loro mood anni ’70. Un trio di hyppies tirati via per la barba dalla loro comune e sbattuti su un palco a suonare indie. Strepitosi! E poi, tra loro e gli Xiu Xiu inizio a rivalutare la mia diavoletto.

Mi fermo qui perché è tardi e non ho alcuna intenzione di recensire il concerto. Dico solo questo, ho speso altri 15 euro per la t-shirt.