Per un’apologia del pianobar

Arriva presto. Con gli altri ancora in ufficio o al mare. Arriva molto in anticipo. Nel cofano della macchina amplificatore, mixer e reggitastiera. La tastiera, quella spesso è sul sedile posteriore, ché è lunga e il cofano troppo stretto. La macchina la parcheggia il più possibile vicino l’entrata del locale e sarebbe bello se ci fosse qualche cameriere a dargli una mano a scaricare un pò di strumentazione. Ha suonato in molti locali e sono tutti più o meno uguali, con la stessa categoria di gente. Giovani coppie, insopportabili comitive di amici con le loro richieste stupide, famiglie con bambini al seguito. Sono anni che è nel giro. Sa cosa gli chiederanno e non è mai impreparato. Ricorda i primi tempi, in cui era addirittura emozionato. Temeva il pubblico e le critica, sempre troppo severa verso chi, per mestiere, accontenta accontentandosi. Erano i tempi di nuvole di fumo fluttuanti sui tavoli, nella penombra di un pianobar. Poi le ha imparate tutte e ogni volta che i clienti gridavano “Suonala ancora”, lui, pienamente consapevole del suo lavoro, la suonava e la risuonava. Sorridendo e senza storie.

“E’ un pianista di piano bar
vende a tutti tutto quel che ha
non sperare di farlo piangere
perche’ piangere non sa’.

[…] Solo un pianista di piano bar
e suonera’ finche’ lo vuoi sentire
non ti deludera’…
solo un pianista di piano bar
e cantera’ finche’ lo vuoi sentire
non ti disturbera’…”

Un pò di impegno ci voleva, quando ha iniziato. Il tempo, poi, gli ha facilitato le cose quando un giorno si sono spalancate le porte del MIDI. Migliaia di pezzi in scatola, pronti per l’uso. Così è perfetto. Musica precotta per il popolo che deve distrarsi.

Il pianista di pianobar, la gente si diverte anche se nessuno lo ascolta. Questo lo fa sentire un pò poeta incompreso. In fondo, il pianobar potrebbe essere una sintesi della poesia, è Satie e Umberto Smaila, è Tenco e Sapore di mare, è Gansbourg e Franco Bracardi. Solo che un poeta può fermarsi a bere un drink, il pianobarista invece ha il proprietario o la moglie del proprietario che lo controlla. Il pianista di pianobar, sembrerà strano, ma un’etica ce l’ha. Ne sono sicuro. Solo che l’ideologia non è il suo lavoro. Sa che gli anni ’70 sono passati almeno da da più di trent’anni e insieme a loro la Scuola di Francoforte, per cui non vede il motivo di distinguere la musica colta dalla musica popular. Non è mica Adorno, cazzo! E’ solo un onesto musicista a gettone. Sono d’accordo con il pianobarista che dice che fare dell’etica una lavoro è rischioso , solo i preti possono permetterselo e nemmeno tanto. Perciò, prenditi il tuo fottuto mojito, siediti, pensa a distrarti con la tipa e non ascoltarlo (questo è il minimo che tu possa fare per portargli un pò di rispetto). Il pianobarista, se solo volesse, potrebbe svisare con brio da Edoardo De Crescenzo a Coltrane, ma non lo farà. Per i vostri momenti indimenticabili, suonerà ancora De Crescenzo.

Quando Captain Beefheart spezzò il cuore alle bufale di Anversa

bufale di anversaAgropoli è una bellissima città mitteleuropea. Dolce come i suoi liquori, lucente come i diamanti che ogni giorno taglia nel dedalo di viuzze che formano il quartiere ebraico. Ad Agropoli è facile perdersi tra le lentiggini delle sue ragazze fiamminghe, bellezze neoclassiche ai tempi del love design. Questa città, apparentemente fredda e brumosa, la riconosci nel suo quartiere a luci rosse, in cui ci si può lasciar dolcemente trasportare da un’ellissi temporale che va da Eva a Matrix, con puttane artiste in salsa multimediale. Una Venere di Milo per ogni uomo ed ogni donna. Ecco un buon esempio di democrazia.

Anversa. Sole, la folla e la follia. I bagnanti stressati e le scorze di mellone (pronunciato con la doppia “l” , per renderlo un pò più mellotron). E’ una città deliziosa, questa città di mare a pochi chilometri dall’uscita del casello di Battipaille. Ad Anversa, di questi tempi, il vacanziere è bloccato, perduto. Il traffico e i cantieri aperti quarant’anni fa sull’autostrada per raggiungerla lo divorano. Se la schizofrenia lo risparmia, egli si fa furbo: evita scaltro la fila, saccheggiando con il suo Suv la corsia d’emergenza. L’ Ideal Crash, laggiù ad Anversa, è sempre in agguato.

Ma se per un attimo, sulla statale che porta ad Anversa, provi a guardare oltre il guard rail, incrocerai lo sguardo, perso e malinconico, delle bufale. Le tristi bufale di Anversa (da sempre innamorate di Captain Beefheart) che ci osservano, e a questo punto non abbiamo scuse. Hanno gli stessi occhi disillusi delle loro cugine di Aversa, ma senza il manicomio.

Agropoli e Anversa in certe cose sono simili. Io sono sicuro di averla vista una di queste due città, ma non ricordo bene quale. Però so che è li che mi fecero ascoltare per la prima volta i dEUS. E a pensare a quell’estate lo-fi produco improbabili associazioni di idee. Non distinguo quello che ho visto da quello che avrei voluto vedere. Come se nulla fosse stato realmente tangibile.

Mi sono perso ma , per fortuna, ad indicarmi la strada c’è Roma, il 16 luglio di quest’anno, con Tom Barman e combriccola che passano per suonarci. E questa volta non faccio confusione perchè sul biglietto c’è scritto tutto: data e luogo. I dEUS, erano anni che li aspettavo.


Discover dEUS!

Motorpsycho? Presenti!

motorpsychoE anche il concerto dei Motorpsycho l’abbiamo visto. Questo è il dovere dell’indieboy, in fondo. Se c’è un concerto, si valuta l’ipotesi di spendere dai 10 ai 20 euro in base al tasso di figosità che ne comporta la presenza allo stesso. Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? E’ un lavoro sporco ma quacuno deve pur farlo.

In ogni caso, i 20 euro i Motorpsycho li valevano tutti, con quel loro mood anni ’70. Un trio di hyppies tirati via per la barba dalla loro comune e sbattuti su un palco a suonare indie. Strepitosi! E poi, tra loro e gli Xiu Xiu inizio a rivalutare la mia diavoletto.

Mi fermo qui perché è tardi e non ho alcuna intenzione di recensire il concerto. Dico solo questo, ho speso altri 15 euro per la t-shirt.