La rivolta mistica dei Baustelle

Prima di tutto c’è un harmonium che sembra di stare in chiesa. Poi entrano moog e chitarre, e infine le voci e un glockenspiel. Tutto molto lento e mistico, effettivamente. Questo è L’Indaco. Il brano che apre I mistici dell’Occidente (Warner Italia 2010), l’ultimo lavoro dei Baustelle. E’ uscito due settimane fa (26 marzo) ma sembrano gli anni ’70. Il titolo dell’album è tratto da un saggio di Elémire Zolla, saggista, filosofo e storico delle religioni. Vissuto a Montepulciano, tra l’altro.

Ascolto il disco e intanto (de)scrivo, ma poi ci ripenso. Con loro si deve fare attenzione alle parole, ché sennò è inutile. Allora faccio altro e penso che forse la recensione del nuovo album di una delle band più importanti di questi anni sarebbe meglio scriverla fra qualche anno. Tanto le grandi cose sopravvivono al tempo. Giusto? Ecco perchè non mi preoccupo di avere ancora in coda Sussidiario, La Moda del lento, La Malavita e Amen.

Ma se da un parte, come dicevano gli antichi, “breve è la vita che viviamo. Tutto il resto è tempo”, è anche vero che il tempo passa, i figli crescono, le mogli invecchiano e i compact disc buttati in macchina si graffiano. E allora facciamola adesso questa cosa simile ad una cosa che si chiama recensione. Facciamola ma senza cadere nel giochino dei confronti, né con i loro album precedenti né con la musica d’altri.

Dirò solo che, quando parte la title-track (che vede la partecipazione di Enrico Gabrielli, il re Mida delle produzioni indipendenti italiane), per un attimo De Andrè sembra sia tornato. Ed è una bella sensazione.

“cos’altro ti può servire se vai nel bosco
cos’altro ti può aiutare laggiù in città
tuo padre consiglierà il coltello contro tutti i guai
cos’altro se non il ferro ti salverà

no ci salveremo disprezzando la realtà
e questo mucchio di coglioni sparirà
e ne denaro e ne passione servirà
gentili ascoltatori siamo nullità“

I Mistici dell’Occidente è prima di tutto un album di speranza o,  in mancanza di questa, di stoica resistenza. Spogliarsi di tutto, perdere tutto forse, ma restare qui. Oppure è semplicemente un invito a  realizzare ognuno la propria rivoluzione individuale. Essere liberi di scegliere e di costruire altri mondi possibili, diversi dalle isole dei famosi, dalle leghe nordiche e dalle destre erotiche. Certo, rischia di assomigliare ad un impulso di brufolosa ribellione adolescenziale che però a trent’anni, un pò più matura, può ispirare un buon disco. Non scappare quindi, non cedere alla tentazione di fuggire all’estero. Ecco quel che  dichiara Bianconi «Non consigliamo di diventare mistici, ma di pensare come loro, di provare a mettersi nell’atteggiamento mentale di chi anni fa scese in piazza, come Francesco D’Assisi, si spogliò di tutto e rimase con l’essenziale. Quella che oggi ci propongono in tivvù non è l’unica verità, questo non è l’unico mondo possibile. Ce ne è uno a portata di mano, che possiamo costruire a nostra misura operando delle scelte. Non c’è bisogno di scappare, si può rimanere qua e dare un peso diverso a ciò che ci circonda». Per dirla tutta, questa presa di posizione ritratta le sue dichiarazioni di qualche anno fa, quando propose una fuga all’estero di artisti e intellettuali italiani. Una sorta di nuovo Aventino alla quale, però, si oppose Cristiano Godano.

“Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere.” (La vita agra – Luciano Bianciardi)

Queste dodici canzoni sono una nuova forma di strano ottimismo, che nasce tra gli agriturismi che assaltiamo nei giorni di Pasqua  e le notti in cui tunisini e  rom bruciano materassi e ingoiano lamette nel lager che vedo dalle finestre del mio ufficio. I Mistici dell’Occidente è, in conclusione, un canto di protesta. Forse meno esplicito de Il Teatro degli Orrori, ma comunque profondamente politico.

Tracklist

  1. L’indaco
  2. San Francesco
  3. I mistici dell’Occidente
  4. Le rane
  5. Gli spietati
  6. Follonica
  7. La canzone della Rivoluzione
  8. Groupies
  9. La bambolina
  10. Il sottoscritto
  11. L’estate enigmistica
  12. L’ultima notte felice del mondo

Link
www.baustelle.it

www.myspace.com/baustellespace

www.bauaffair.it

La Chanson de Mai su Rockerilla di questo mese!

LE MAL D’ARCHIVE
La Chanson de Mai
Autoprodotto
MIchele Casella

Intestatari di un progetto interessante e alquanto ostico nella sua realizzazione, Pasquale Napolitano e Felice Acierno provano a far incontrare due mondi lontani come il songwriting e l’elettronica di matrice sperimentale.
In tal senso il risultato di questo Ep è alquanto incoraggiante e dimostra la capacità di miscelare elementi propri dell’indie, del cantautorato e dell’ elettronica contemporanea. Un’opera di gusto europeo, fremente nella sua irrequietezza ma anche romanticamente malinconico nella scrittura.

Ad esempio, a me piace il Sud

Ad esempio, a me piace Trenitalia. Mi piace il caldo umido dei binari di Napoli Centrale e l’odore del ferodo, quello che voi avete sempre paura che stia andando a fuoco il treno. Bene, non è un principio di incendio, sono i freni. É normale, state sereni.
Ad esempio, a me piacciono le ciliegie e parlare dell’uva con i contadini che fanno la mia stessa strada quando passeggio a Baiano.
Ad esempio, credo che spesso sia meglio starsene zitti. Senza opinioni.
Ad esempio, a me piace avere trent’anni.
Ad esempio, io odio il Sud.
Ad esempio, io adoro il Sud.
Ad esempio, a me non piace chi ascolta rock ed è convinto di ascoltare musica colta.
Ad esempio, forse mi sbaglio. Se i manager ascoltano i Black Sabbath e gli operai Gigi D’Alessio, allora forse qualcosa è andato storto. Forse il rock è proprio diventato una musica colta del cazzo.
Ad esempio, a me piace molto Dublino e ieri ci pensavo e avevo voglia di tornarci.

La notte di Mark Linkous

Mark Linkous è morto suicida. Aveva 47 anni. È meglio dirlo subito, senza pensarci su. Fare come ha fatto lui sabato scorso, quando si è sparato, chi dice al cuore chi alla testa. Perchè un suicida non può assolutamente fermarsi qualche secondo. Non può, in quell’istante, decidere di vivere un attimo in più. Proprio non può farlo. Altrimenti  stasera esisterebbero ancora gli Sparklehorse, e io parlerei con qualcuno del loro prossimo album quasi pronto.

Mark Linkous - Sparklehorse

“It’s a sad and beautiful world”

Il cuore di Mark si era già fermato anni fa, in un albergo a Londra quando gli Sparklehorse aprivano il tour dei Radiohead. Si era fermato per qualche minuto, poi però era ripartito. Quella volta Mark  Linkous si ritrovò con le gambe che non gli rispondevano più, fermo su una sedia rotelle per diversi mesi (esatto, come Vic!).

È stato uomo grande e lo dico rischiando di apparire retorico. Le sue idee innovative e sperimentali, hanno dato un contributo immenso alla musica di questi anni. Abbiamo perso molto, gente. Anche se il suo nome probabilmente non vi dirà nulla, sappiate che oggi il mondo è più triste e meno Bello.

“Durante i miei concerti mi sento umiliato. Mi sembra di essere un artista del varietà” (Glenn Gould)

È una notizia che mi  ha scosso ed è superfluo dire quanto adoravo la sua musica. E come ha già fatto ieri un amico, anch’io sento di doverlo ricordare. Lo vidi a Napoli anni fa. Apriva, se non ricordo male, il concerto dei Rem. In quell’occasione gli Sparklehorse risultarono un pò sotto tono: Mark stonava, i cavi erano difettosi. Insomma, non una grandissima performance. Non piacque quasi a nessuno. Idioti, avete sempre badato solo alla forma (non credo al dogma del live. Un concerto può non dare nulla in più alla musica di quanto non sia già presente sul disco: può ridursi ad un patetico culto della personalità o ad una squallida fiera da circo. Dipende dai punti di vista. Ma questa è un’altra storia).  Avevo inserito a dicembre It’s a wonderful life nei migliori album del decennio. Ho suonato dal vivo l‘omonima canzone la settimana scorsa. Sì, questa notizia mi ha proprio scosso.

“It’s a wonderful life”

Se ne va Mark Linkous, il cantore del mal de vivre contemporaneo, il geniale produttore. L’amplificatore Vox si spegne e tacciono i feedback. Resta lo spleen. Mark, l’imbianchino di provincia, l’amico dei pazzi, che forse aveva capito quanto sia semplice perdersi di notte.  Ma è ritrovarsi la mattina che richiede coraggio.

Addio Mark Linkous.

I want my rockstars dead. Omaggio a Bill Hicks

Una volta,

...se suonavate i dischi al contraio si svelano messaggi satanici. Lasciatemi dire che se vi mettevate a far suonare al contrario i vostri dischi, eravate voi il diavolo.”

Questo post è un omaggio a Bill Hicks, comico americano che probabilmente in Italia si conosce poco.

Il comico del grunge, come amo definirlo,  augurava al genere umano di scomparire, inveiva contro l’america puritana, contro le religioni e il marketing. E faceva ridere.

Un anarchico, sicuramente un personaggio fuori luogo, se il luogo è l’industria culturale dove ci abbeveriamo. Ebbe problemi con la censura (sì, anche in America). Addirittura David Letterman rimosse una sua performance dal David Letterman Show. Apparizione che trasmise solo dopo la morte del comico, chiedendo scusa pubblicamente alla madre di Hicks.

Sì, perchè come tutte le più belle cose, anche Bill visse solo un giorno come le rose.  A soli 32 anni, infatti, muore di cancro.  E qualche mese dopo, mentre in Italia Berlusconi vince le elezioni,  si concludono anche gli anni del grunge. Che anno devastante il ’94.

Ad ogni modo, molte cose potete scoprirle sul suo sito .