Ad esempio, a me piace il Sud

Ad esempio, a me piace Trenitalia. Mi piace il caldo umido dei binari di Napoli Centrale e l’odore del ferodo, quello che voi avete sempre paura che stia andando a fuoco il treno. Bene, non è un principio di incendio, sono i freni. É normale, state sereni.
Ad esempio, a me piacciono le ciliegie e parlare dell’uva con i contadini che fanno la mia stessa strada quando passeggio a Baiano.
Ad esempio, credo che spesso sia meglio starsene zitti. Senza opinioni.
Ad esempio, a me piace avere trent’anni.
Ad esempio, io odio il Sud.
Ad esempio, io adoro il Sud.
Ad esempio, a me non piace chi ascolta rock ed è convinto di ascoltare musica colta.
Ad esempio, forse mi sbaglio. Se i manager ascoltano i Black Sabbath e gli operai Gigi D’Alessio, allora forse qualcosa è andato storto. Forse il rock è proprio diventato una musica colta del cazzo.
Ad esempio, a me piace molto Dublino e ieri ci pensavo e avevo voglia di tornarci.

Mp3
Irish blood, English heart – Morissey

La rivolta mistica dei Baustelle

Prima di tutto c’è un harmonium che sembra di stare in chiesa. Poi entrano moog e chitarre, e infine le voci e un glockenspiel. Tutto molto lento e mistico, effettivamente. Questo è L’Indaco. Il brano che apre I mistici dell’Occidente (Warner Italia 2010), l’ultimo lavoro dei Baustelle. E’ uscito due settimane fa (26 marzo) ma sembrano gli anni ’70. Il titolo dell’album è tratto da un saggio di Elémire Zolla, saggista, filosofo e storico delle religioni. Vissuto a Montepulciano, tra l’altro.

baustelle-mistici-cdcover

Ascolto il disco e intanto (de)scrivo, ma poi ci ripenso. Con loro si deve fare attenzione alle parole, ché sennò è inutile. Allora faccio altro e penso che forse la recensione del nuovo album di una delle band più importanti di questi anni sarebbe meglio scriverla fra qualche anno. Tanto le grandi cose sopravvivono al tempo. Giusto? Ecco perchè non mi preoccupo di avere ancora in coda Sussidiario, La Moda del lento, La Malavita e Amen.

Ma se da un parte, come dicevano gli antichi, “breve è la vita che viviamo. Tutto il resto è tempo”, è anche vero che il tempo passa, i figli crescono, le mogli invecchiano e i compact disc buttati in macchina si graffiano. E allora facciamola adesso questa cosa simile ad una cosa che si chiama recensione. Facciamola ma senza cadere nel giochino dei confronti, né con i loro album precedenti né con la musica d’altri.

Dirò solo che, quando parte la title-track (che vede la partecipazione di Enrico Gabrielli, il re Mida delle produzioni indipendenti italiane), per un attimo De Andrè sembra sia tornato. Ed è una bella sensazione.

“cos’altro ti può servire se vai nel bosco
cos’altro ti può aiutare laggiù in città
tuo padre consiglierà il coltello contro tutti i guai
cos’altro se non il ferro ti salverà

no ci salveremo disprezzando la realtà
e questo mucchio di coglioni sparirà
e ne denaro e ne passione servirà
gentili ascoltatori siamo nullità“

I Mistici dell’Occidente è prima di tutto un album di speranza o,  in mancanza di questa, di stoica resistenza. Spogliarsi di tutto, perdere tutto forse, ma restare qui. Oppure è semplicemente un invito a  realizzare ognuno la propria rivoluzione individuale. Essere liberi di scegliere e di costruire altri mondi possibili, diversi dalle isole dei famosi, dalle leghe nordiche e dalle destre erotiche. Certo, rischia di assomigliare ad un impulso di brufolosa ribellione adolescenziale che però a trent’anni, un pò più matura, può ispirare un buon disco o, alla peggio, qualche cattiva azione. Non scappare quindi, non cedere alla tentazione di fuggire all’estero. Ecco quel che  dichiara Bianconi «Non consigliamo di diventare mistici, ma di pensare come loro, di provare a mettersi nell’atteggiamento mentale di chi anni fa scese in piazza, come Francesco D’Assisi, si spogliò di tutto e rimase con l’essenziale. Quella che oggi ci propongono in tivvù non è l’unica verità, questo non è l’unico mondo possibile. Ce ne è uno a portata di mano, che possiamo costruire a nostra misura operando delle scelte. Non c’è bisogno di scappare, si può rimanere qua e dare un peso diverso a ciò che ci circonda». Per dirla tutta, questa presa di posizione ritratta le sue dichiarazioni di qualche anno fa, quando propose una fuga all’estero di artisti e intellettuali italiani. Una sorta di nuovo Aventino alla quale, però, si oppose Cristiano Godano.

“Nell’attesa che ciò avvenga, e mentre vado elaborando le linee teoriche di questo mio neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio, io debbo difendermi e sopravvivere.” (La vita agra – Luciano Bianciardi)

Queste dodici canzoni sono una nuova forma di strano ottimismo, che nasce tra gli agriturismi che assaltiamo nei giorni di Pasqua  e le notti in cui tunisini e  rom bruciano materassi e ingoiano lamette nel lager che vedo dalle finestre del mio ufficio. I Mistici dell’Occidente è, in conclusione, un canto di protesta. Forse meno esplicito de Il Teatro degli Orrori, ma comunque profondamente politico.

Tracklist

  1. L’indaco
  2. San Francesco
  3. I mistici dell’Occidente
  4. Le rane
  5. Gli spietati
  6. Follonica
  7. La canzone della Rivoluzione
  8. Groupies
  9. La bambolina
  10. Il sottoscritto
  11. L’estate enigmistica
  12. L’ultima notte felice del mondo

Link
www.baustelle.it

www.myspace.com/baustellespace

www.bauaffair.it

Mp3
I mistici dell’Occidente

La notte di Mark Linkous

Mark Linkous è morto suicida. Aveva 47 anni. È meglio dirlo subito, senza pensarci su. Fare come ha fatto lui sabato scorso, quando si è sparato, chi dice al cuore chi alla testa. Perchè un suicida non può assolutamente fermarsi qualche secondo. Non può, in quell’istante, decidere di vivere un attimo in più. Proprio non può farlo. Altrimenti  stasera esisterebbero ancora gli Sparklehorse, e io parlerei con qualcuno del loro prossimo album quasi pronto.

Mark Linkous - Sparklehorse

“It’s a sad and beautiful world”

Il cuore di Mark si era già fermato anni fa, in un albergo a Londra quando gli Sparklehorse aprivano il tour dei Radiohead. Si era fermato per qualche minuto, poi però era ripartito. Quella volta Mark  Linkous si ritrovò con le gambe che non gli rispondevano più, fermo su una sedia rotelle per diversi mesi (esatto, come Vic!).

È stato uomo grande e lo dico rischiando di apparire retorico. Le sue idee innovative e sperimentali, hanno dato un contributo immenso alla musica di questi anni. Abbiamo perso molto, gente. Anche se il suo nome probabilmente non vi dirà nulla, sappiate che oggi il mondo è più triste e meno Bello.

“Durante i miei concerti mi sento umiliato. Mi sembra di essere un artista del varietà” (Glenn Gould)

È una notizia che mi  ha scosso ed è superfluo dire quanto adoravo la sua musica. E come ha già fatto ieri un amico, anch’io sento di doverlo ricordare. Lo vidi a Napoli anni fa. Apriva, se non ricordo male, il concerto dei Rem. In quell’occasione gli Sparklehorse risultarono un pò sotto tono: Mark stonava, i cavi erano difettosi. Insomma, non una grandissima performance. Non piacque quasi a nessuno. Idioti, avete sempre badato solo alla forma (non credo al dogma del live. Un concerto può non dare nulla in più alla musica di quanto non sia già presente sul disco: può ridursi ad un patetico culto della personalità o ad una squallida fiera da circo. Dipende dai punti di vista. Ma questa è un’altra storia).  Avevo inserito a dicembre It’s a wonderful life nei migliori album del decennio. Ho suonato dal vivo l‘omonima canzone la settimana scorsa. Sì, questa notizia mi ha proprio scosso.

“It’s a wonderful life”

Se ne va Mark Linkous, il cantore del mal de vivre contemporaneo, il geniale produttore. L’amplificatore Vox si spegne e tacciono i feedback. Resta lo spleen. Mark, l’imbianchino di provincia, l’amico dei pazzi, che forse aveva capito quanto sia semplice perdersi di notte.  Ma è ritrovarsi la mattina che richiede coraggio.

Addio Mark Linkous.

Quasi-top ten degli 00′s albums

Questi sono giorni di resoconti e punti della situazione. Adesso farò quello che hanno già fatto in molti: ripensare al decennio che è passato e prendere nota delle cose migliori.

Sarà difficile ma proverò a stilare una classifica dei migliori dischi della decade. Ben lontano dall’essere un esperto e  basandomi sui miei pochi ascolti. Si tratta di una classifica molto personale e i requisti per farne parte non sono molto chiari nemmeno al sottoscritto. Diciamo che alcuni sono obiettivamente capolavori mentre altri si limitano ad appagare il mio piacere estetico.

E quindi, senza pretese, ecco la mia.

1) Blonde Redhead – Melody of Certain Damaged Lemons (2000)

I Blonde Redhead me li fecero ascoltare nell’estate del 2000 certi ragazzi straordinari di Agropoli.  Che io sappia non hanno mai sbagliato un album. Questo è a mio avviso il loro capolavoro, prodotto, tra le altre cose, da Guy Picciotto dei Fugazi. Molto belli anche i dischi successivi, Misery is a butterfly e 23, ma questo è quello che mi sento di inserire nella top ten, perchè è adolescenziale e new wave, perchè c’è l’indie rock di New York e la decadenza europea, perchè quando suonavo in un gruppo con una cantante facevamo questa cover.



2) Mark Lanegan – Field Songs (2001)

E’ un mestiere duro il cantautore, soprattutto oggi: negli Usa rischi di essere una copia di Bruce Springsteen, Bob Dylan e Jeff Buckley,  in Inghilterra di Nick Drake mentre in Italia  “per regolamento”  devi copiare Capossela, “riscoprire” il dialetto e partecipare ad una delle centocinquanta commemorazioni settimanali di De Andrè.

Mark Lanegan, invece, riesce ad essere originale pur essendo un cantautore.  In Field Songs ci trovi il blues dei campi di cotone, le chitarre elettriche di Seattle. un album assolutamente fondamentale.



3) Radiohead – Hail to the thief (2003)

Non avrei problemi ad escluderli. I Radiohead sono uno dei più grandi dogmi, dopo il segreto di Fatima. Ma li inserisco per due motivi: primo, ho l’abitudine di ammettere che se non capisco qualcosa fino in fondo, forse il problema è mio; secondo, ci tengo all’amicizia.

Se Hail to the thief compare in tutte le classifiche, qualche motivo ci sarà pure.  I Radiohead sono i Pink Floyd del nostro tempo,  hanno venduto 45 milioni di dischi e Hail to the thief è la sintesi del loro percorso artistico.



4) Sparklehorse* – It’s a wonderful life (2001)

It’s a wonderful life, it’s a wonderful life. Questo refrain malinconico non si dimentica facilmente. Un album lento, noioso, triste e che sembra registrato male. Perfetto per essere uno dei miei favoriti. Ricordo che ne trovai una copia masterizzata nella mia vecchia Lancia Delta. Mi piacquero subito le melodie, però quella bassa fedeltà così bassa, non so, dovevo ascoltarlo meglio. Certi album hanno bisogno di attenzione e calma, devi ascoltarli una volta poi, come con la birra, nel lasci fermentare le melodie nella testa. Quando lo riascolti, dopo un pò, sarà pronto. Se lo dico è perchè lo so: oggi io ascolto gli Spaklehorse e provo a produrre da me la birra che bevo.

* Una menzione d’onore va alla collaborazione Sparklehorse+Fennesz, un’elettronica dal volto umano che segna una svolta nel songwriting più sperimentale e che alcuni di noi aspettavano da tempo.



5) At the Drive In – Relationship in Command (2000)

Non ero sicuro di poterlo inserire, visto che gli At the Drive In sono una band simbolo del post-hardcore anni ’90. L’album però esce nel 2000, quindi posso.

Rock Tv aveva appena aperto e questo video era in heavy rotation. Li ho conosciuti con quest’album. Ne adoravo l’energia (tra le poche chitarre distorte che riesco ancora a sopportare), l’aggressività, le influenze prog anni ’70, la militanza. Li preferisco ai Rage Against the Machine. Oltre a One Armed Scissor,  In Relationship of Command contiene brani spettacolari come Cosmonaut o Non Zero Possibility.

Questo è il loro album di maggiore successo e anche l’ultimo purtroppo.  Si scioglieranno alla fine del tour e dalle loro ceneri nasceranno gli Sparta e i Mars Volta.

p.s.: ho sempre creduto che l’emocore fossero loro, ma tant’è.



6) Arab Strap – The red thread (2001)

Nel 2001 a Londra acquistai questo disco e Hyaena dei Siouxsie and the Banshees. Per ovvi motivi, il secondo resta fuori. Avevo già ascoltato qualcosa degli Arab Strap. In quel periodo, poi, era quello che cercavo (e che cerco ancora) chitarre acustiche ed elettronica, atmosfere intimiste e accenni di noise. Gli Arab Strap mi dimostrarono che si poteva fare.

I testi di Aidam Moffat:  rapporti di coppia, cucine sporche e amplessi finiti male.

La scelta di The Red thread è un segno di stima verso la scena indie scozzese, una delle più brillanti di questo decennio.  E se due indizi fanno un prova, si pensi che nello stesso anno i Mogwai hanno pubblicato Rock Action



7) dEUS – Vantage Point (2008)

Qui, chi mi conosce lo sa, non sono proprio obiettivo. Il mio amore per i dEUS nasce all’alba di questi anni ‘oo, quando ho ascoltato per anni senza soluzione di continuità The Ideal Crash, forse il loro album migliore. In questo decennio, hanno cacciato due album fondamentali Pocket Revolution e Vantage Point. Entrambi molto validi. Al secondo però mi legano amicizie e ed esperienze personali vissute nell’ultimo paio d’anni (come  il biglietto del loro concerto romano regalatomi da una amica come regalo di compleanno. Indimenticabile.)



8 ) Mogwai – Rock Action (2001)

C’è stato un periodo in cui dovevo ascoltare Dial:Revenge almeno tre volte al giorno, come una cura. La ascoltavo e mi sembrava di essere in Scozia, ma non in quella folkloristica fatta di gonnellini e whisky. Quello in cui passeggiavo era un delicato paesaggio sonoro,  nordico ma caldo. Questo è uno dei migliori lavori della scena post-rock e i Mogwai sono stati il volo più low-cost che io abbia mai preso.



9) Baustelle – La Malavita (2005)

Non storcete il naso, ascoltateli meglio, per favore.

Quando uscì Sussidiario Illustrato della giovinezza, il loro primo album, era il 2000. Amai subito quell’album:  ne ammiravo le atmosfere retrò, l’elettronica e la new wave a piccole dosi e i testi anarchici. Le parole, Francesco Bianconi sa bene quali scegliere, a volte con un pò di furbizia, ma sempre con grande agilità stilistica.

La Malavita è un piccolo gioiello. Il Corvo Joe, il sesto brano, una poesia pop. Nei testi dei Baustelle ritrovi i sogni di Buzzati, la violenza di Pasolini, la vita agra di Bianciardi.

Bianconi, che di De Andrè vuole solo il ciuffo , dimostra che si può comporre pop d’autore senza ricorrere a scontate storie di rom emarginati.



10) Offlaga Disco Pax – Socialismo Tascabile (2005)

Di certo non mi si può accusare di essere esterofilo: inserire due italiani nella classifica dei migliori album del decennio non è cosa da poco (che poi, questa presunta rivalità tra musica italiana e musica angloamericana, che mi sembra Mussolini contro  il “jazz americano”,  l’ho sempre ritenuta un argomento povero.  Una chiacchiera da bar, senza alcun valore estetico. Lasciamo la patria ai soldati. La musica è altro)

Un pò Massimo Volume e un pò CCCP, Socialismo Tascabile è un disco ironico, disilluso e pieno di tenera malinconia. Ci ha fatto sorridere all’ascolto di Robespierre, con Kappler ci ha fatto credere chei giganti buoni esistono anche se muoiono pochi mesi dopo essere andati in pensione, ci ha fatto capire che a volte tutto quella che ci resta di una relazione di coppia è una pantofola a testa.

***


La classifica, per questo decennio, dovrebbe essere questa. Ma mi rendo conto che fare classifiche in musica non è il mio forte, implica giocoforza una minima dose di competizione che non appartiene nè a me nè, lo spero, agli artisti citati. Ho tralasciato troppi album: non ci sono gli Xiu Xiu, mancano i Mercury Rev, i Motorpsycho, Dirty Projectors, i Jennifer Gentle, alcuni artisti eccellenti della  Morr Music, quelli dell’italiana Urtovox. E  tra l’altro non sono nemmeno così sicuro delle mie scelte: ad esempio, perchè i Grizzly Bear non ci sono? Mah.

Sono davvero un lavoro sporco le top ten.

La Chanson de Mai su Rockerilla di questo mese!

LE MAL D’ARCHIVE
La Chanson de Mai
Autoprodotto
MIchele Casella

Intestatari di un progetto interessante e alquanto ostico nella sua realizzazione, Pasquale Napolitano e Felice Acierno provano a far incontrare due mondi lontani come il songwriting e l’elettronica di matrice sperimentale.
In tal senso il risultato di questo Ep è alquanto incoraggiante e dimostra la capacità di miscelare elementi propri dell’indie, del cantautorato e dell’ elettronica contemporanea. Un’opera di gusto europeo, fremente nella sua irrequietezza ma anche romanticamente malinconico nella scrittura.

I want my rockstars dead. Omaggio a Bill Hicks

Una volta,

...se suonavate i dischi al contraio si svelano messaggi satanici. Lasciatemi dire che se vi mettevate a far suonare al contrario i vostri dischi, eravate voi il diavolo.”

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Questo post è un omaggio a Bill Hicks, comico americano che probabilmente in Italia si conosce poco.

Il comico del grunge, come amo definirlo,  augurava al genere umano di scomparire, inveiva contro l’america puritana, contro le religioni e il marketing. E faceva ridere.

Un anarchico, sicuramente un personaggio fuori luogo, se il luogo è l’industria culturale dove ci abbeveriamo. Ebbe problemi con la censura (sì, anche in America). Addirittura David Letterman rimosse una sua performance dal David Letterman Show. Apparizione che trasmise solo dopo la morte del comico, chiedendo scusa pubblicamente alla madre di Hicks.

Sì, perchè come tutte le più belle cose, anche Bill visse solo un giorno come le rose.  A soli 32 anni, infatti, muore di cancro.  E qualche mese dopo, mentre in Italia Berlusconi vince le elezioni,  si concludono anche gli anni del grunge. Che anno devastante il ’94.

Ad ogni modo, molte cose potete scoprirle sul suo sito .

Per un amico

Nel sogno c’è sempre qualcosa di assurdo e confuso, non ci si libera mai della vaga sensazione ch’è tutto falso, che un bel momento ci si dovrà svegliare (DIno Buzzati)

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S.O.S.

Salve, sono Schizofonia, il blog di Felice. Non so per quanto riuscirò a parlare loggato con i suoi dati. Vi scongiuro, ditegli che avrei bisogno di un restyling, di forma e sostanza.

Grazie

Recensione su Kathodik.it e podcast di Vital Weekly

Kathodik.it ha recensito il nostro E.P.

Leggi la recensione

Qui, invece,  il podcast settimanale  di Vital Weekly in cui è stato inserito il nostro brano Omonimo

Recensione di Sodapop.it de La Chanson de Mai

http://www.sodapop.it/rbrth/content/view/709/9/